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Sulla disciplina… naturale

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Praticare la consapevolezza richiede disciplina, impegno, volontà. Cosa sappiamo di tutto ciò?

La mindfulness promette dei benefici se viene utilizzata, radicata nelle giornate, settimana per settimana. Se viene utilizzata dopo un litigio, durante l’ascolto dei nostri parenti, quando l’ansia ci assale, senza preferenza rispetto al “cosa”. La mindfulness non è un farmaco al bisogno, non è una soluzione pronta in pillole di saggezza.

Per potersi diffondere nelle nostre cellule, nel nostro cervello e nella mente, nel cuore, la mindfulness ha bisogno di un elemento pilastro: l’intenzione.

L’intenzione ci muove

Cos’è l’intenzione? È una delle funzioni mentali più ardua da tradurre in parole, infatti lo stesso parlare è basato sulle intenzioni. L’intenzione è ciò che muove la mente, dando una specifica direzione ad ogni sua parte.

Immaginiamo che la nostra mente sia un condominio con centinaia di appartamenti. Alle 7:35 del Lunedì mattina, di una giornata di Marzo, l’intero condominio è in una fervente attività. Ogni appartamento sta facendo qualcosa: chi si prepara per andare a lavoro, chi sta riordinando la casa, un’altra famiglia si sta preparando per una settimana di vacanze in Marocco, ma è in ritardo. Se guardiamo quest’ultima famiglia vedremo che il padre si sta radendo, la madre sta mettendo su un CD per dare ritmo ai figli e svegliarli, la piccola Emy di 6 anni si sta stropicciando gli occhi mentre si veste, il fratello Joe sta preparando la colazione per tutti. Se ingrandissimo ancora di più il nostro microscopio potremmo vedere una miriade di proposte diverse che la mente fa nella testa di ognuno di loro. Ciò che muove queste proposte, questi persone, queste famiglie e questo condominio che è la nostra mente è l’intenzione.

Abbiamo quindi intenzioni consapevoli ed altre inconsapevoli, che avvengono dentro di noi senza poterle conoscere. Nella meditazione e nella mindfulness ciò che ci interessa è di scegliere una specifica intenzione consapevolmente. Per esempio quella di essere consapevoli del respiro. Non solo, pratichiamo anche il sostenere questa intenzione nel tempo: essere consapevoli del respiro in questo momento, attimo dopo attimo, ancora e ancora.

Il fondamento dell’impegno

Potrebbe suonare come un’esercizio come molti altri, ma non lo è. Cosa lo differenzia? L’essere. Per far sorgere il pieno potere della mindfulness è importante che questa intenzione sostenuta, questo impegno continuo, abbia un fondamento nel nostro essere, non nel personaggio costruito con le nostre identificazioni. Non meditiamo per diventare migliori, per sfuggire ai problemi della vita quotidiana e familiare, per distaccarci dal cuore e dai suoi sentimenti, in una parola perché vogliamo manipolare la realtà in cui siamo e che viviamo. Meditiamo per conoscere noi stessi essendo noi stessi.

Quando siamo centrati nel nostro essere non c’è sforzo, siamo fluidità. Quando siamo centrati non c’è rifiuto del momento presente, c’è apertura e curiosità. Perciò il nostro impegno nella pratica dovrebbe essere ancorato al nostro centro interiore, all’essere. Come fare?

Tornare all’essere

Un modo abbastanza diretto per tornarvi è di domandarci con sincerità: “che cosa è veramente importante nella mia vita?”. Ascoltiamo cosa arriva con questa indagine interna, dedichiamo tempo e sensibilità affinché le risposte emergano, e radichiamoci in quella sorgente da cui emergono le risposte. Un altro modo abbastanza accessibile è di praticare presenza per qualche attimo, cioè di non reagire, non modificare corpo e mente, non cercare niente per un po’. Quel centro che siamo dove tutto passa e non si ferma è l’essere.

Dall’essere nascono naturalmente intenzioni, che potremmo vivere come sostegno alla pratica di consapevolezza. Se fondiamo la pratica su questo allora essa diventerà un fiorire del nostro essere, una grande piazza dove tutti i movimenti della mente, gli eventi, il cuore ed il corpo si avvicenderanno pur senza esaurire la spaziosità della nostra presenza essenziale. Nel tempo, la pratica si amplierà, si approfondirà, porterà molti effetti, come ciliegi in fiore nella piazza dell’essere, come pièce teatrali, cerchi di pace e giochi di bambini.

La disciplina naturale

Il primo passo riguarda quindi contattarci di nuovo nell’essere. Il secondo riguarda il lasciare che questo essere scelga l’intenzione di praticare, ed il successivo quello di sostenere questa intenzione nel tempo, trasformando alcuni momenti consapevoli in un impegno quotidiano. L’ultimo passo permette a questo impegno di trasformarsi in disciplina: l’etimologia ne parla come “l’atto dell’istruire; ed altresì modo e regola d’insegnare, precetto, insegnamento, istituzione… maniera ordinata di comportarsi, tenor di vita”.

La disciplina della mindfulness riguarda quindi il rendere questa pratica un principio attorno a cui la nostra vita ruota, a cui i nostri pensieri, azioni, scelte, il nostro sentire è collegato, come in un mutuo nutrimento fra il punto centrale e le varie aree d’applicazione e d’influenza. Quindi per poter diventare un concreto modo di essere è necessario che la mindfulness diventi uno dei principi che ci muovono, cioè un valore, un’etica, un’aspirazione.

Se i nostri valori e l’orientamento della nostra vita sono fondati sull’essere e non sulla maschera egoica, la pratica diventa una disciplina naturale.

 

La meditazione è ardua …. Esige la più alta forma di disciplina: non vuole conformismo, non vuole imitazione, non vuole obbedienza, ma vuole una disciplina che passi attraverso la costante consapevolezza delle cose fuori di te e delle cose dentro di te. La meditazione, quindi, non è attività nell’isolamento, bensì azione nella vita quotidiana che esige cooperazione, sensibilità e intelligenza.

Jiddu Krishnamurti

 

Gianluca Ostuni
Gianluca Ostuni
Psicologo, Insegnante MBSR qualificato presso il Center for Mindfulness UMass (fondato da Jon Kabat-Zinn), Insegnante di Mindfulness Psicosomatica.

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